
Ho sedici anni e non so da quanto tempo sono qui. Il tempo non esiste in questa dimensione: è solo un susseguirsi confuso di momenti che non riesco a distinguere. So solo che non posso muovermi, non riesco a parlare. Eppure avverto le persone intorno a me, ascolto.
Ascolto il respiro di qualcuno vicino a me. Sento il calore di una mano che stringe la mia. A volte la stretta è lieve, altre volte così forte da trasmettere disperazione. E poi ci sono le lacrime. Non le vedo, ma le sento. Credo sia mia madre. Ma come sono arrivata qui?
Mi ricordo di Luca. Avevo quindici anni quando l’ho conosciuto. Era il mio primo amore, e mi sentivo speciale. Lui aveva ventitré anni, un’auto, un lavoro, un mondo già adulto, per me incredibilmente affascinante. Mi faceva sentire più grande dei miei quindici anni, considerata e desiderata come una donna, non come una ragazzina. Veniva a prendermi all’uscita di scuola, mi portava ovunque, diceva che ero sua.
Mi piaceva quella parola: sua. Credevo significasse amore. I miei genitori erano critici al riguardo. Dicevano che era troppo grande per me, che avrei dovuto stare con i miei coetanei. Dicevano anche che stavo cambiando. Avevano ragione.
Non ero più la ragazza che indossava scarpe da ginnastica e pantaloni comodi, quella che si nascondeva nei maglioni larghi. Un giorno Luca mi aveva guardata e, ridendo, aveva detto: «Con quel maglione sembri una donna incinta». Ho ancora quel momento impresso nella mente, indelebile. Il mio maglione preferito, quello che mi avvolgeva come un abbraccio caloroso ma non soffocante, da quel giorno era rimasto chiuso nell’armadio.
Cominciai a vestirmi diversamente, a truccarmi un po’ di più. Ma un giorno mi disse che con le mie gambe non potevo permettermi di indossare le minigonne. Era la prima volta che qualcuno mi diceva che le mie gambe avevano qualcosa di sbagliato. Poco dopo mi disse anche che, con tutto quel trucco, sembravo una poco di buono.
Così mi aveva cambiata: mi aveva tolto la libertà di scegliere cosa indossare, le amicizie, la sicurezza, la possibilità di fare le mie scelte. Non avevo detto nulla ai miei genitori, né ai miei amici, che non frequentavo più e che sentivo solo telefonicamente. Avevo lasciato credere a tutti che andava tutto bene. Avevo paura di parlare, di raccontare quello che Luca mi faceva subire.
Non ricordo esattamente quando cominciai ad avere paura di lui. Forse quando la sua voce si fece dura, quando iniziò a decidere chi potevo vedere e dove potevo andare. E soprattutto quando le sue mani smisero di accarezzarmi e cominciarono a insinuarsi con prepotenza tra le pieghe del mio corpo. L’ultima sera che l’avevo incontrato, prima di finire qui, eravamo nella sua auto, appartati come tante altre volte. Lui voleva di più. Io non me la sentivo. Cercai di allontanarlo, di farlo ragionare. Ma la sua voce era dura, le sue mani prepotenti. Sentii il cuore impazzire, la gola stringersi.
Avevo aperto la portiera ed ero scesa dall’auto: «Basta, Luca. Non voglio più vederti». Furono le ultime parole che gli dissi. Mi stavo allontanando quando sentii una mano afferrarmi la spalla. Mi sbilanciai e caddi all’indietro. Poi un colpo alla testa. Poi un altro, e un altro ancora. Mi colpiva con qualcosa, forse un sasso. Poi il nulla.
Adesso sono qui, sospesa tra due mondi. Non so se tornerò mai indietro. Chissà cosa avrà raccontato Luca. Avrà detto tutta la verità? Non credo.
Sento quella mano stringere la mia… mia madre. Mi dà forza. Forse c’è ancora una possibilità.
